Per la prima volta dalla caduta dell’ex Presidente Hosni Mubarak, 60 milioni di Egiziani sono stati chiamati ad esercitare il loro diritto di voto, dovendo decidere se modificare la vecchia costituzione del 1971 oppure optare per una nuova stesura. Fin dalle 8 di questa mattina, lunghe file di donne e uomini sono comparse davanti alle stazioni elettorali, facendo registrare un’affluenza senza precedenti. La fiducia nel Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) è alta, e sono molti a confidare che il CSFA si farà garante del risultato del referendum e di un corretto svolgimento dello scrutinio.

L’oggetto della contesa sono 9 emendamenti ad altrettanti articoli della costituzione, preparati in fretta e furia da un consiglio di militari, e resi ufficialmente pubblici soltanto alla vigilia dello scrutinio dei voti. La maggior parte degli articoli riguarda modificazioni alla carica del Presidente (la cui durata sarebbe limitata a due mandati di 4 anni ciascuno) e l’istituzione di un consiglio costituzionale che ne limiti i poteri, finora ufficialmente illimitati. Il terzo punto più discusso riguarda la restrizione dei criteri di elezione alla Presidenza della Repubblica ai soli cittadini Egiziani titolari di una sola cittadinanza, non sposati con individui di altra nazionalità.

La maggior parte dei partiti di opposizione e della società civile si è mobilitata per il ‘no’. Il candidato alla presidenza Mohammed el Baradei, ha dichiarato questa mattina che accettare gli emendamenti rinunciando ad una nuova stesura della costituzione e’ un “insulto alla rivoluzione”. Il Premio Nobel per la Pace sostiene infatti che gli emendamenti proposti dal CSFA in realtà “non limitano il potere praticamente assoluto del Presidente e non garantiscono la creazione di una nuova costituente indipendente che rappresenti tutta la popolazione”. Dello stesso parere risulta Amr Moussa, Segretario Generale della Lega Araba, altro potenziale candidato alla Presidenza insieme ai maggiori partiti di opposizione, secondo i quali la stesura di una Costituzione provvisoria sarebbe la soluzione migliore per traghettare il paese fino alle elezioni di Settembre.

Sul fronte del ‘sì’ si sono schierati i rappresentanti dell’ex Partito Democratico di Gamal Mubarak, figlio dell’ex Presidente Hosni, insieme ai temuti Fratelli Musulmani. Nel tentativo di convincere i molti indecisi, alcuni Imam del Cairo hanno indirizzato i loro sermoni del Venerdì contro gli oppositori degli emendamenti, dichiarando che votare ‘sì’ è un dovere religioso per ogni musulmano d’Egitto. Un successo del ‘sì’ porterebbe alle elezioni parlamentari in Settembre, dove i Fratelli Musulmani si presenterebbero come l’unica forza sufficientemente organizzata da mobilitare centinaia di migliaia di voti, nonostante il bando del 1954 abbia vietato all’organizzazione ogni forma di attività politica.

La vera novità di questo primo referendum post-Rivoluzionario è l’entusiasmo che ha infiammato il dibattito pubblico nei giorni precedenti la votazione. Attivisti di ogni fronte hanno accompagnato la discussione degli emendamenti fino all’entrata delle cabine elettorali, dove non si sono registrati scontri violenti ma una vera e propria battaglia di opinioni all’ultimo minuto. Mentre ad Alessandria sono stati Copti ed Islamisti a contendersi i voti, nei quartieri popolari del Cairo la vecchia guardia del Partito Nazionale Democratico si è dovuta scontrare con l’opposta coalizione, capitanata dai movimenti giovanili che ieri sera per le strade del Cairo spiegavano ai passanti le ragioni del ‘no’ agli emendamenti.

“Accettare solo la modifica della costituzione vuol dire continuare il regime di Mubarak” ci ha dichiarato un’attivista della coalizione dei giovani, venuta alla stazione elettorale di Downtown Cairo per controllare il regolare svolgimento dello scrutinio. “Se vince il sì, domani saremo di nuovo tutti in piazza” alzando il braccio a indicare la vicina piazza Tahrir, dove ogni Venerdì dall’inizio della rivoluzione folle di oppositori del vecchio governo continuano a radunarsi. Mentre nelle zone urbane sembra prevalere il ‘no’, l’esito dello scrutinio nelle altre province è ancora del tutto incerto. Dopo soli due mesi dalla rivolta popolare che ha spodestato il regime di Hosni Mubarak, l’Egitto rischia ora di perdere molto del terreno guadagnato in vista di un tanto invocato, radicale cambiamento.

©